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CreativeLab

Sono un’artista… sono bravissima! – questa era la frase che Marika, 20 anni, down, ripeteva più spesso, un po’ a sé, un po’ al gruppo, con enfasi teatrale (perché è anche un’attrice) durante i lavori del laboratorio di scenografia dell’Hubu Re.

Era un ritornello che all’inizio accoglievamo con un sorriso, ma che nei giorni abbiamo cominciato a considerare più seriamente, come una forma di automotivazione e potenziamento, quasi un mantra: perché in fondo è ciò che ognuno di noi dovrebbe ripetere a sé stesso quando è impegnato in un’attività creativa.

Abbiamo cominciato a lavorare proprio dal piacere di raccontare una storia per immagini in completa libertà, nella maniera più semplice e diretta possibile; i nostri strumenti erano grossi pennarelli neri e carta da pacco; per non cancellare, per non fermarsi a correggere e non perdere l’immediatezza delle figure che si scarabocchiano di nascosto, proprio come facevano tra i banchi di scuola Alfred Jarry e compagni (…).

Così inizia il testo scritto per il diario del progetto ‘Cross the gap’ della compagnia Factory, edito da Cue Press nel 2020 ; un progetto con ragazzi diversabili e non, da cui è scaturito uno spettacolo ispirato appunto a Ubu Re.

Sebbene sia uno degli ultimi dei molti laboratori creativi sviluppati in vent’anni per ogni tipo di pubblico, nella maggior parte dei casi del tutto svincolati dal lavoro teatrale e scenografico, mi piace ricordarlo per primo perché ha scatenato un’inventiva di tipo surreale, senza freni di canone estetico.

Le tecniche creative sviluppate da Andrè Breton e compagnia, dal ‘cadavere squisito’ alle scritture automatiche e combinatorie, trasposte graficamente, mi accompagnano da sempre nelle pratiche di laboratorio attuate negli anni con gruppi di ogni età e composizione, dalla compagnia La girandola di Torino, alle scuole primarie e secondarie di varie regioni, fino ai corsi e stage per Lalineascritta a Napoli.

Questi esercizi sono a mio parere fondamentali nell’esplorazione e nell’alimentazione del processo creativo, al punto che io stessa, nella mia pratica di lavoro, periodicamente vi ritorno.

L’altro elemento cardine è il lavoro di gruppo, che nel caso del laboratorio per la scena è veramente tale quando anche il prodotto finale è collettivo e non solo il percorso per ottenerlo.

In realtà a ben vedere il vero pregio del laboratorio di gruppo è la possibilità di scambio e di confronto indipendentemente dalla realizzazione di un lavoro comune.

Il laboratorio, per come la vedo io, si realizza pienamente solo in gruppo perché esso è il luogo dove si rivelano le individualità. E ogni individualità che si rivela è una crescita per tutti.

Spesso (ma non sempre, la struttura varia in funzione del tema e dei partecipanti) all’inizio del percorso c’è una fase di conoscenza tutta basata sulle macchie di colore: l’antica tecnica turca dell’ebru, nota ai più come metodo decorativo per la marmorizzazione della carta (ma in realtà una forma di meditazione attiva sul colore in movimento) ci aiuta a fare conoscenza in uno spazio totalmente emozionale, prima ancora di approcciare la figurazione.

Analogamente, l’approccio al segno non è necessariamente figurativo ma espressivo e qualitativo, così pure per la composizione.

La percezione delle specificità e della molteplicità, come ad esempio le preferenze di ciascuno per certi accostamenti di colore o per certe combinazioni grafiche, sono il primo terreno di coltura del potenziale creativo, e non risulterebbero così parlanti se si sperimentassero singolarmente.

Una volta manifestate queste preferenze, è importante approfondire le motivazioni che ce le fanno prediligere e l’effetto che esse producono su chi guarda.

Perciò l’attività di laboratorio risponde a un movimento alternato continuo, verso sé e verso gli altri, con tappe progressive di complessità tecnica ed espressiva.

In quest’ottica gli strumenti potrebbero essere infiniti e spesso accanto a quelli tipici della pittura e del disegno compaiono anche carte veline, stoffe, oggetti e fonti luminose.

Anche gli stimoli e i modelli, che pure non prescindono mai i maestri delle avanguardie, possono estendersi alla natura, alla letteratura, alla musica e al cinema secondo le occorrenze.

Questo tipo di approccio nella mia esperienza è multilivello, ovvero ciascuno progredisce a partire dal punto in cui si trova, poiché il percorso è prima di tutto esperienziale e di contatto, indipendentemente dalle abilità tecniche pregresse e serve ad acuire la capacità di osservazione e  favorire consapevolezza e potenziamento dei propri mezzi espressivi.

Alla fine qualcuno potrà farne bagaglio per la professione, qualcuno per altri contesti, magari non necessariamente artistici, qualcuno semplicemente comincerà a visitare più mostre e musei, e in ogni caso si guarderà il mondo con occhi nuovi… e questo è l’augurio per tutti.

PROSSIMI EVENTI: “Raccontare con le immagini” presso Lalineascritta. Per info: https://www.lalineascritta.it/tutti-i-corsi-2021-2022/arti-visive/raccontare-con-le-immagini